Basilica Santa Maria Maggiore di Bergamo Fondazione MIA - Congregazione della Misericordia Maggiore di Bergamo
Basilica Santa Maria Maggiore di Bergamo
La storia della Basilica


“La Basilica di Santa Maria Maggiore è da considerare nell’accezione di “luogo”, “tempio” o “casa di Dio”, dove l’invisibile e il visibile dialogano fra loro e con chi entra nella sede sacra; allo stesso tempo il tempio di Dio è anche l’Arca della Salvezza dove il fedele può percepire quel senso dell’eterno che trasfigura il limite del tempo. Entrando nell’Arca della Salvezza, l’uomo apprende che lui stesso è la “casa di Dio” e che tutto quello che è rappresentato per immagini – anche il mistero ritualizzato entro le mura di pietra – si realizza nel suo mondo interiore.”

Mauro Zanchi

La Basilica nei secoli
AFFRESCHI
Nel 1575 giungeva a Bergamo San Carlo Borromeo in visita apostolica e visitò molte chiese della città. In complesso trovò più da lodare che da riformare e nella sua relazione ordinava che: “Et no’ si farà le imagini dei santi o di pictura o di rilievo che siano, se non in lochi delle cappelle acciò possino esser’ co’ decoro onorate;et se levarono le già fatte fuori delli detti lochi, salvando però la pictura dello Albero di Nostro Signore per la sua antichità e bellezza”. Così, nel volgere di breve tempo, gli affreschi trecenteschi scomparvero ai nostri occhi, coperti da arazzi, dorature, quadri e interventi diversi.
Affresco “L’Albero della vita”

Affresco “L’Albero della vita”

L’Albero della vita
Il grandioso Albero della vita, affrescato da un pittore anonimo tra il 1342 e il 1347 sulla parete meridionale del transetto della Basilica, è ispirato ad un prezioso opuscolo di alta spiritualità cristiana che ha esercitato una notevole influenza in campo teologico, letterario e artistico del Trecento.
Il Lignum vitae è stato scritto da Bonaventura da Bagnoregio nel 1260 per accendere nei fedeli il “ripensamento” sulla vita di Cristo, per imprimere profondamente nella memoria il ricordo vivo di tutti i passi salienti dell’esistenza di Gesù.
Più precisamente, l’autore francescano ha creato un modo utile a chi “desidera conformarsi perfettamente al Salvatore universale” per riuscire, attraverso ogni sforzo della mente, a potare con sé la croce di Cristo per sentire nella propria interiorità, nello spirito come nel corpo, la torturante sofferenza e l’immenso amore di Gesù.

Sul tronco dell’albero – che è l’albero della Crocifissione – è infatti inchiodato il Salvatore, definito da Bonaventura come “fiore aromatico”, “frutto sospirato” e “fonte vivo”.
Questo albero immaginario è stato ideato per aiutare a comprendere il mistero della figura di Cristo, per facilitare la memoria a trattenere le parole e le storie simboliche del “Dio fatto carne”, per stimolare il fedele a sostituire nel suo cuore l’albero adamitico, quello del Bene e del Male, con l’Albero della Vita indicato direttamente dal Risorto.
L’albero di San Bonaventura è ripreso dall’immagine dell’Apocalisse (22,2): l’albero che porta i dodici frutti per la salvezza delle nazioni.
Il Lignum vitae è suddiviso in dodici capitoli, chiamati “frutti” e corrispondenti ai dodici rami dell’albero, in cui Bonaventura illustra i misteri dell’Origine, della Passione e della Glorificazione di Cristo attraverso quarantotto meditazioni.
I dodici “frutti” simboleggiano le virtù del Salvatore, ad ogni mistero corrispondono quattro rami con sedici episodi della vita di Cristo e ad ogni frutto sono dedicati quattro capitoli.
Tutti i “frutti” sono concepiti come immagini atte a cibare la mente, a illustrare i pensieri, a suscitare lo spirito devoto e a riempire il cuore di santi splendori.
Nell’insieme, l’affresco di S. Maria Maggiore è una fedele riproduzione dello schema compositivo descritto nel Lignum vitae di Bonaventura: un grande albero dal cui tronco si dipartono dodici rami, sei per lato, a cui sono appesi quattro tondi, nei quali vengono raffigurate scene dell’Infanzia, della Passione della Glorificazione di Cristo.
Si differenzia nel campo della descrizione umana dei personaggi, nella raffigurazione dei particolari, nel tentativo di cogliere gli stati d’animo e la psicologia di Cristo, dei santi e delle comparse, e in alcuni casi nella scelta degli episodi.
In alcune scene dei tondi il pittore lombardo si stacca dal testo per descrivere una sua personale visione delle storie rifacendosi anche al ricco repertorio iconografico dell’Arte e alla tradizione dei racconti apocrifi.
Sotto ogni tondo, in ogni ramo, un cartiglio riporta, in scrittura gotica maiuscola, il titolo ripreso dal testo del santo francescano.
Cristo è infisso nell’asse verticale che unisce la terra al cielo, è crocefisso al centro dell’altezza del fusto ligneo, occupando simbolicamente la sezione mediana dell’albero dove sono rappresentate, nei sedici tondi, le scene della Passione.
Per dare una continuità temporale al progetto di Dio, che entra nella storia umana incarnandosi in Cristo, all’estremità di ogni ramo sono raffigurati i profeti con un cartiglio in mano.
La parte superiore dell’Albero della Vita non è attualmente visibile.
Nel XVI secolo Pellegrino Ribaldi fece ricoprire tutti gli affreschi gotici della Basilica. Nel XVII secoli i grandi lavori di arredo e copertura dei muri interni fecero coprire tutta la superficie dell’affresco: la metà superiore venne occlusa dalla grande tela del Diluvio Universale dipinto nel 1661 da Pietro Liberi, inquadrata da una larghissima cornice in stucco. La metà inferiore dell’affresco era coperta dall’arazzo dell’Assunta.
Successivamente l’arazzo fu spostato ed è attualmente visibile solo la parte inferiore dell’Albero.

3° tondo-Annunciazione alla Vergine

3° tondo-Annunciazione alla Vergine


4° tondo-Nascita di Gesù

4° tondo-Nascita di Gesù


29° tondo-Cristo muore sulla croce

29° tondo-Cristo muore sulla croce


35° tondo-Incredulità di Tommaso

35° tondo-Incredulità di Tommaso


Madonna in trono con Gesù bambino

Madonna in trono con Gesù bambino

Gli Affreschi

Ai primi di novembre del 1944, l’Ente Comunale di Assistenza, che allora amministrava anche la Misericordia Maggiore, incaricò Arturo Cividini ( che aveva svolto lavori di restauro e di strappo su affreschi catalani e aragonesi) di riportare alla luce le scarse tracce che apparivano in alcuni punti dell’intonaco nella parete settentrionale del transetto sopra la quale era appeso un arazzo. Ricomparve così una superficie affrescata (690x605 cm) databile tra il terzo ed il quarto decennio del XIV secolo per gli elementi stilistici presenti e per gli scolli degli abiti degli apostoli, molto simili a quelli degli affreschi rinvenuti nell’abside meridionale, datati 1336.

Roberta Pellari scrive su pittori bergamaschi “L’attenzione a piccole notazioni realistiche e di carattere psicologico avvicinano il linguaggio del pittore a quello delle storie nei tondi dell’Albero della Vita: … i punti di contatto con l’affresco dell’Albero della Vita sono tali da suggerire l’identificazione dell’autore … con il Maestro dell’Albero della Vita”.
La parete pur non presentando un ciclo organico di scene per temi e misure, ci introduce allo spirito medioevale religioso del tempo e nel significato recondito del dipinto attraverso un vasto e complesso paradigma simbolico, non sempre di univoca lettura
Nella parte superiore della parete è rappresentato uno dei temi più impegnativi e difficili dell’arte sacra, quello di descrivere “L’ultima cena” di Gesù e l’istituzione della Eucaristia.
Sotto l’ultima cena, racchiuso nella stessa cornice, un santo ed un garzone stanno applicando un ferro ad uno zoccolo di un bianco cavallo bardato. A destra la bottega del maniscalco, con il fuoco, l’incudine, il martello ed altri attrezzi. Una composizione del tutto veristica dell’ambiente di lavoro del Santo fabbro.
Sulla destra due Santi: il primo San Giacomo Maggiore, riconoscibile dal bordone di pellegrino, il secondo Sant’Antonio Abate, riconoscibile per il bastone con la campanella. Due santi alle cui figure è fortemente legata la devozione popolare.
Alla destra dei due santi è raffigurata una Madonna in Maestà, seria e solenne, che siede su un trono con il viso rivolto all’osservatore e tiene sulle ginocchia come un trono il bambino Gesù benedicente.
L’affresco sottostante raffigura lo sposalizio mistico di Santa Caterina d’Alessandria. In questo riquadro si vede il bambino Gesù, ritto sul ginocchio destro di Maria, che guarda e parla amorevolmente alla Santa con l’indice puntato e sembra intenzionato a donarle l’anello nuziale. Santa Caterina, inginocchiata, alza la mano destra verso il bambino Gesù in segno di affetto e di accettazione.
Nel terzo registro, sotto la bordura, le opere si presentano in cattivo stato di conservazione.
Del primo affresco, sono rimasti solamente alcuni lacerti illeggibili. Nell’affresco successivo si intravede un viso aureolato, parte del corpo e un braccio in uno sfondo rosso incorniciato. Il terzo affresco ci presenta una madonna che regge affettuosamente sul braccio sinistro il bambino Gesù tenendo teneramente l’alto braccio per prendergli una mano e Gesù ricambia l’affetto cingendo amorevolmente le spalle di Maria con un braccio, mentre il suo capo si appoggia fiducioso alla testa della Vergine Maria. Il quarto affresco è completamente mancante della sezione bassa e ci presenta un Santo con una leggera barba ed una Santa con un abito bianco.
Subito dopo la porta, che conduce ai due protiri, fra due palme di dattero è affrescata la figura di un Santo eremita ricoperto di peli dal capo ai piedi che con una mano tiene un libro e con l’altra impugna un lungo bastone che termina a forma di croce. La simbologia lo identifica con Sant’Onofrio, un eremita del IV secolo.
Accanto a questo affresco un altro di identiche dimensioni, in cui la madre di Gesù sta seduta su un alto trono indossando un ampio mantello rosso allacciato con un fermaglio che permette di vedere l’abito di colore scuro. Il divino figlio è presentato ritto sul ginocchio destro con il viso rivolto in altro verso la Madonna in segno di ascolto e con una mano stesa in segno di accoglienza.
Sicuramente di epoca più tarda, l’ultimo riquadro affrescato, realizzato sopra un altro preesistente, presenta un orante inginocchiato con le mani giunte per impetrare per se o per i propri cari la salvezza dell’anima.
San Giacomo Maggiore e Sant’Antonio Abate. Madonna in maestà

San Giacomo Maggiore e Sant’Antonio Abate.
Madonna in maestà

Affresco vano scale accesso ai matronei

Affresco vano scale accesso ai matronei

Come aprendo un cassetto segreto di uno scrigno si trova un tesoro, così, aprendo una porta seminascosta del transetto sud della basilica si scoprono preziosi brani pittorici appartenenti alla ricca decorazione medievale di Santa Maria Maggiore. Sono infatti opere non disponibili alla visione diretta della collettività.
Questi affreschi, collocati originariamente nell’abside sud occidentale dell’edificio sacro, si trovano attualmente “nascosti” in un vano creatosi alla fine del XV secolo in seguito alle modifiche colleonesche.
Bisogna considerare che la basilica romanica di S. Maria Maggiore era originariamente poliabsidata, per cui, oltre all’abside principale, ne presentava altre quattro di dimensioni inferiori disposte alle estremità dei transetti in posizione affrontata: tale struttura è stata snaturata nel 1470 con l’abbattimento dell’absidiola nord-occidentale, per far luogo alla costruzione della Cappella Colleoni, e con il tamponamento di quella sud – occidentale, per motivi di simmetria architettonica. Questa abside è stata così trasformata in un vano d’accesso per il matroneo sovrastante la navata minore meridionale, dove è stata ricavata una scala in muratura. Gli affreschi rimasti si dispongono su due fasce parallele in senso orizzontale che raffigurano ripetitivamente il tema della Madonna col Bambino e Santi e, eccezionalmente, una scena narrativa legata alla nascita di Cristo e all’Adorazione dei Magi. Sarebbe errato considerare questi affreschi un ciclo pittorico, in quanto privi di un legame di tipo iconografico che possa far pensare ad un progetto unitario, neppure dotati di omogeneità stilistica: sono infatti opere non ascrivibili ad un’antica maestranza, né tanto meno ad un’unica fase di intervento pittorico. Caratteristica del resto tipica dell’arte medievale.
Degli affreschi che ornavano le pareti interne ed esterne della basilica molti sono andati irrimediabilmente perduti, vuoi per l’oblio del tempo o per l’avventatezza di mani profane che hanno impoverito e privato la basilica di tasselli preziosi per la ricostruzione della sua storia all’interno del contemporaneo contesto artistico, politico e sociale della città di Bergamo.
Proprio per evitare che il deterioramento avanzasse e che i pochi brandelli rimasti scomparissero definitivamente, a causa anche del degrado comportato dagli agenti atmosferici, venne creato il Museo dell’Affresco su sollecitazione dell’Accademia Carrara, che ne propose la sistemazione all’interno del Salone delle Capriate al primo piano del Palazzo della Ragione: dalla basilica di Santa Maria Maggiore provengo due soli pezzi, ovvero uno Sposalizio mistico di Santa Caterina e un devoto e un tondo raffigurante la Madonna con il Bambino.
Sorte diversa è invece toccata ad altri affreschi, meglio conservati perché coperti nei secoli da dipinti posteriori, ma irrimediabilmente compromessi dalle nuove e aderenti cornici a stucco: scoperti per lo più fortuitamente in occasione del bisognoso restauro delle nuove tele, hanno potuto respirare per poco tempo il ritorno dai secoli passati perché una volta che le nuove opere furono pronte per essere ricollocate lì dove le volle la trasformazione cinque e secentesca della basilica, i sottostanti affreschi vennero per lo più strappati e trasportati su tela per essere collocati o nella nuova sacrestia o nei vani murati dei matronei, fuori la portata del visitatore abituale o di passaggio che lo rende ignaro della loro esistenza.
S. Alessandro a cavallo – particolare - matronei

S. Alessandro a cavallo – particolare - matronei

Portale minore e absidiola nord-est

Portale minore e absidiola nord-est

Affreschi e lacerti esterni al portale minore di nord – est

Oltre che dai marmorei protiri campionesi, furono aperti ulteriori ingressi minori all’altezza delle absidi nel 1367: fautore del progetto fu Giovanni da Campione. Al posto del marmo venne utilizzata l’arenaria, materiale meno nobile vista l’incassatura del portale tra l’incavo delle pareti e l’ornamentazione della sua strombatura fu divisa in semplici e meno plastiche fasce di dentelli, rosette e cubetti ripetuti in rapida maniera seriale. Nelle lunette è scolpita la nascita della Vergine con i santi Anna, Elisabetta, Lucia, Susanna, Anastasia, mentre sul fastigio vi è una Crocifissione con ai lati Maria dolente e San Giovanni, le cui movenze dei panneggi contrastano colle forme tozze e più popolari degli angeli, del Cristo e dei leoni accucciati alla base dei pinnacoli.
Vedendo il portalino e l’abside annessa di scorcio, subitamente si nota come l’intera superficie fosse impreziosita da opere a fresco che correvano contigue lungo quattro e tre registri, rispettivamente a sinistra e a destra dell’ingresso, aderendo perfettamente al portalino ed ai contorni angolari delle pietre.

“Non si finisce mai di imparare, in arte.
Ci sono sempre cose nuove da scoprire.
Ogni volta che ci poniamo dinanzi a esse, le opere
d’arte appaiono diverse. Sembrano inesauribili e
imprevedibili come veri e propri esseri umani.
Formano un emozionante mondo a se, con le sue
strane leggi e con i suoi eventi. Nessuno deve
presumere di saperne tutto, perché nessuno lo potrà mai.
Nulla, forse, è più importante di una mente fresca
per godere queste opere, per poterne cogliere ogni
allusione e avvertirne ogni nascosta armonia”

Ernst H. Gombrich – storico dell’arte
Portale minore di nord-est

Portale minore di nord-est


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